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NESSUNO PIù
MI CHIAMA GABRIELE
Oh che bel castello dirindino
dirindello
Oh che bel castello dirindino dirindin…
Dai nonno muoviti, gira più veloce.
Le voci squillanti dei suoi nipotini gli stavano
perforando le orecchie.
Dal punto in cui era, poteva vedere sua figlia che
affacciata alla finestra, guardava commossa verso
di loro e salutava ascendenti e discendenti.
Chissà poi cosa c’era di commovente nel vedere un
vecchio rincitrullito che girava in tondo cantando
oh che bel castello.
Con grande sforzo era riuscito con il tempo ad
accettare il girotondo, ma quello che proprio non
sopportava era di aver perso il suo nome, nessuno
più lo chiamava Gabriele.
Tutti lo chiamavano sempre e solo nonno: sua
figlia, suo genero, i suoi nipotini, e questo
sicuramente da parte loro era comprensibili, anche
se, proprio a voler essere pignoli, nonno lo era
solo dei suoi nipoti.
Di sua figlia era il padre e di suo genero il
suocero, però quello che non capiva e che più lo
faceva arrabbiare era come lo salutavano i
conoscenti del suo paese “ciao nonno, come va?” e
come vuoi che vada pensava stizzito, quando un
poveraccio, oltre ad aver perso il vigore del
fisico, si è perso anche il nome, e così
rispondeva “và và…” e con grande soddisfazione
accompagnava con il pensiero il posto dove avrebbe
volentieri mandato i suoi compaesani.
Ma non poteva farci nulla, il suo ruolo era stato
deciso dalla sua famiglia, durante una riunione
plenaria intorno al tavolo della cucina, e
scandito temporalmente:
di mattina sarebbe stato il nonno delle
commissioni in paese
di sera il nonno – sitter dei bambini
Non lo avevano sentito rientrare e lui come un
ladro si era tenuto nascosto per ascoltare quello
che stavano complottando.
Il complotto, degno del miglior servizio segreto
italiano che non ne azzecca mai una, si era
concluso con la decisione che Lui non era più
Gabriele, ma il “nonno” e come tale avrebbe avuto
la responsabilità di alcuni lavori e mansioni
tipici dei nonni: fare la spesa e giocare con i
nipoti. Dovevano farlo sentire utile, così
spiegavano i genitori ai bambini, altrimenti si
sarebbe lasciato andare e nel giro di poco tempo
avrebbe perso la sue capacità intellettive e
poteva anche lasciarsi morire, così come fanno
tante persone anziane.
Che strane idee aveva la sua famiglia, a parte
l’impero romano che andò in rovina a causa degli
ozi dei suoi imperatori, non gli risultava che
nessuno fosse mai morto per il troppo riposo, al
limite aveva conoscenza di gente morta per il
troppo lavoro.
Gabriele smise per un attimo di ascoltarli,
immaginandosi guardiano di un carcere dove erano
stati rinchiusi tutti gli psicologi e gli
psichiatri del mondo, costretti ad espiare le loro
gravi colpe, condannati dantescamente a passare la
giornata facendo la spesa e facendo girotondi con
i bambini per l’eternità.
Il complotto intanto continuava, con la decisione
di sua figlia Laura, di chiedergli di fare la
spesa, e gli avrebbe detto che questo l’avrebbe
aiutata molto, perché gli sarebbe rimasto molto
più tempo per le altre faccende domestiche.
Secondo Lei, questo modo di proporgli la cosa lo
avrebbe fatto sentire molto utile e importante.
Gabriele aveva sempre odiato fare la spesa, e
Laura questo lo sapeva, scegliere la frutta,
sorbirsi gli eterni chiacchiericci delle donna,
sulla frutta di stagione che costava meno delle
primizie.
Che ovvia idiozia.
Si ricordò di quelle rare volte in cui sua moglie
gli chiedeva di andare dal fruttivendolo e Lui
dopo aver condiviso, con fare cortese e gentile le
grandi e mondiali preoccupazioni delle massaie,
che comprando la frutta di stagione pensavano di
aiutare l’economia globale, ordinava cinque chili
di primizie e tutte guardavano con disagio quell’uomo
al quale non importava nulla dell’economia, ma
solo dei suoi appetiti. Che divertimento,
lasciarle con quell’espressione idiota stampata
sul viso, e quando tornava a casa la sua dolce
Annamaria, la compagna della sua vita, sospirava
paziente, e metteva le primizie nel frigorifero.
Ma Laura aveva deciso che era Gabriele a non voler
fare la spesa, mentre il nonno sì, lui sì che
l’avrebbe fatta volentieri e avrebbe chiacchierato
con le massaie del paese, e si sarebbe sentito
molto utile nello stabilire che un chilo di mele
costava meno di un chilo di fragole fuori
stagione.
Di sera invece gli avrebbero chiesto di guardare i
nipotini, così che Lei e il marito potessero
uscire. Nella loro graduatoria questo era il
massimo che si potesse pensare per farlo “sentire
utile”.
Non che Gabriele non volesse bene a Marta e a
Franco, ma quando li osservava non capiva, né cosa
facessero né a cosa pensassero.
Aveva letto un sacco di libri e riviste sul
“patrimonio culturale delle persone anziane che
deve essere conservato e trasmesso alle nuove
generazioni”, e così per non essere il solito
scorbutico che critica sempre tutto, aveva provato
a raccontare della guerra, del fascismo, della
resistenza, ma alla fine Marta e Franco gli
avevano chiesto perché i partigiano non avessero
chiamato Harry Potter per aiutarli e perché
Mussolini non avesse mandato una e-mail ad Hitler
per avvisarlo di quello che stava succedendo.
Di fronte al suo sbigottito silenzio, erano corsi
dalla mamma per dirgli che il nonno era
“sconnesso”, e sua figlia si era arrabbiata
moltissimo quando lo aveva trovato, seduto sul
divano, con lo spinotto del computer
nell’orecchio, l’espressione ebete ed un cartello
attaccato al petto con su scritto:
“Fatemi pure tutte le domande che volete, adesso
sono connesso”.
Ma la vera tragedia era successa con i gelati.
Ora una persona normale deve avere molta fantasia
per riuscire a pensare ad una crisi familiare
causata dei gelati, ma sembra che tutto ciò che
riguarda i “nonni” non rientri nella normalità, è
come se una persona assumendo l’identità di nonno
diventi un alieno, senza più i normali desideri di
un essere umano.
Laura aveva deciso che i bambini dovessero fare
merenda con un gelato a testa, rigorosamente alla
frutta, senza additivi né coloranti, e con un
calcolo preciso delle vitamine e delle calorie,
pena la diffida da parte del Tribunale dei minori
per incapacità genitoriale e conseguente
affidamento dei bambini al servizio sociale.
L’importante compito era stato come al solito
affidato a lui, in qualità di nonno, e non a
Gabriele, perché quest’ultimo era golosissimo di
gelati, e pertanto non sarebbe stato affidabile.
Dopo aver ascoltato tutte le raccomandazioni del
caso da parte di sua figlia, compresa quella di
stare attento che il gelato non fosse troppo
gelato, era sceso in paese con i suoi nipoti.
Si erano seduti al bar, e avevano ordinato, tre
coppette alla fragola e al limone, Lui aveva anche
provato a chiedere che i gelati gli fossero
serviti a temperatura ambiente, ma il barista
aveva cominciato a borbottare strani frasi sulla
demenza senile e sulla pazienza che ci vuole con
gli anziani. E quando Lui aveva replicato
stizzito, che sua figlia aveva solo trentacinque
anni e che non soffriva di demenza senile, se ne
era andato tornando quindici minuti dopo con tre
coppette dove galleggiava uno strano miscuglio
rosa chiaro, orribile a vedersi, ma rigorosamente
a temperatura ambiente così come aveva ordinato
sua figlia.
Gabriele, di fronte all’espressione delusa dei
bambini, mise da parte il nonno, e ordinò tre
enormi coppe alla panna e cioccolato, guarnite con
bandierine e pennacchi colorati, che ognuno di
loro sfilava ridendo dalle coppette, per
infilarsele nei cappelli ed intorno alle orecchie
e così li aveva trovati sua figlia, che aveva
avuto l’infelice idea di andare a verificare come
procedeva l’esperimento del gelato-merenda.
Gesù quanto si era arrabbiata, e continuava ad
arrabbiarsi sempre di più, perché nessuno di loro
l’ascoltava, troppo divertiti a guardarsi l’un
l’altro i baffi sporchi di panna, e la cioccolata
sparsa sui capelli e sulle magliette.
Alla fine aveva preso i bambini per mano e li
aveva portati via, dicendogli con gli occhi rossi
di pianto, che era un nonno inaffidabile.
Gabriele rimase seduto da solo al tavolo ingombro
di bandierine e coppette mentre una lacrima,
ospite indesiderata, si affacciava sulla sua
guancia. Era la prima da quando Annamaria se ne
era andata.
L’asciugò con un dito, ma un’altra furtiva subito
rotolò a rimpiazzare la prima e una terza più
furba delle altre non si fece acchiappare e
scivolò lungo il collo.
Erano trascorsi sei mesi da quando Annamaria era
morta, e non aveva mai pianto, certo come faceva
Gabriele a piangere, Lui non esisteva più,
l’avevano sostituito con il nonno, e un nonno non
può piangere, non può nel silenzio della sua
camera sentire ancora il dolce profumo della sua
Annamaria, un nonno non può struggersi nel
desiderio di abbracciarla, di stringerla a sé per
sussurrarle quanto l’amava.
Un nonno non può amare, ma solo essere voluto
bene.
In silenzio si sfilò la camicia e poi i pantaloni
e le scarpe, li piegò con cura, appoggiandoli
sull’arenile dove andava sempre quando voleva
stare solo a pensare.
Gli piaceva quel tratto di mare, dove il sole
andava a riposare dopo la fatica quotidiana di
illuminare il mondo, gli piaceva quel colore
dorato che assumeva il cielo, gli ricordava il
colore dei capelli di Annamaria, e quasi gli
sembrava di vederla fra una nuvola e l’altra
sorridergli e bisbigliare piano il suo nome.
In genere questo era sufficiente per fargli
dimenticare di essere un nonno, bastava che
guardasse in alto verso la luce e quel bisbiglio
che entrava nel suo cuore lo faceva di n uovo
tornare ad essere uomo, un uomo chiamato Gabriele.
Ma stasera quel bisbiglio era lontano, non
riusciva a sentirlo.
Si sentiva in trappola, ovunque si girasse
Gabriele non c’era, c’era solo il nonno, lo
guardò, così raccolto e ordinato sull’arenile, e
senza far rumore si allontanò da Lui entrando in
quel mare calmo e dorato per avvicinarsi alle
nuvole e poter sentire di nuovo quel bisbiglio
tanto amato. Nuotava piano senza fatica,
lasciandosi cullare dalle onde, come un bimbo nel
ventre materno.
Si girò per l’ultima volta verso la riva, dove sua
figlia, con i suoi vestiti in mano gridava: nonno,
nonno torna indietro, ti prego nonno fermati.
Ma Lui non stava più cantando Oh che bel castello,
non poteva fermarsi, non poteva tornare indietro,
Annamaria lo stava aspettando.
E nel silenzio del mare, con il cuore pieno
d’amore bisbigliò alle nuvole “ecco, sto
arrivando”.
E Gabriele tornò a vivere per l’eternità.
di Isabella Luconi
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