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I VISSUTI NELLA MALATTIA DI PARKINSON SECONDO I RISULTATI DI UNA RICERCA PILOTA

 

La complessità delle dinamiche e degli aspetti presentati dalla malattia di Parkinson, hanno riunito un gruppo di professionisti quali medici, psicologi, sociologi e di volontari per iniziare a dare una lettura ampia e concreta della realtà personale e sociale vissuta dai malati di Parkinson, al fine di individuare interventi, modalità e strategie adeguate ed efficienti per dare al malato e ai suoi famigliari una buona qualità di vita, integrata con la realtà sociale.

 

Ad un gruppo di parkinsoniani è stato somministrato, nell'anno 2001-2002, un primo ampio questionario per confermare o modificare i numerosi aspetti, medici, farmacologici, emozionali, affettivi ecc., dalla diagnosi al prosieguo della malattia, emersi sino ad ora nelle attività e negli interventi svolti dall'AIP di Roma o pubblicati in altre ricerche a livello nazionale e mondiale.

 

Per ora essa è una ricerca pilota che necessita di proseguire con un campione più vasto a livello regionale e nazionale. Il questionario anonimo contiene una parte relativa ai dati personali generali, alla storia personale riguardo all'uso dei farmaci, all'evoluzione dei sintomi, alle modalità di alimentarsi, all'uso della fisioterapia, alle relazioni in famiglia e nel sociale, al vissuto delle emozioni, degli stati d'animo, dei sentimenti e della sessualità.

 

Riportiamo di seguito i dati emersi dal questionario pilota relativi all'evoluzione dei sintomi dalla diagnosi al presente, al vissuto emozionale ed affettivo, alle reazioni alla malattia stessa, al cambiamento dei ruoli, delle competenze e ai comportamenti espressi dalla diagnosi al prosieguo.

 

La apparente contraddizione nella lettura di alcune percentuali legate ad alcune variabili presentate nel questionario è dovuta al fatto che alcuni soggetti non hanno risposto a tutte le domande. Anche per questo motivo si ritiene necessario ristrutturare il questionario in modo che sia di più facile e veloce compilazione.

  

CARATTERISTICHE DEL CAMPIONE

  

Il campione è costituito dal 45% di maschi e dal 55% di femmine con un'età, per il 18% fino ai 50 anni, per il 50% tra i 50 e i 60 anni e per il 32% oltre i 60 anni. L'82% risiede e vive a Roma e il 18% in altre località. Il 9% dei maschi è un pubblico dipendente a tempo pieno; il 23% delle femmine ha un pubblico impiego di cui l'80% a tempo pieno e il 20% a tempo parziale.

 

A far data dall'anno 2001-2002 per il 21% dei soggetti la diagnosi della malattia è stata fatta 15 anni fa, per il 17% 13 anni fa, per il 15% 7 anni fa. Per il restante delle persone il periodo temporale va dagli 11 ai 4 anni. Inoltre il 41% delle persone ha abbandonato il proprio lavoro successivamente alla comparsa della malattia. Al momento della compilazione del questionario il 32% usa l'auto propria per gli spostamenti, il 18% i mezzi pubblici da solo, il 14% entrambi con l'inclusione di "andare a piedi". I restanti utilizzano il mezzo pubblico o privato in rapporto alle esigenze. Il 9% dei soggetti preferiscono spostarsi sempre in compagnia di qualcuno.

  

CARATTERISTICHE DEI SINTOMI E I VISSUTI DELLE RELAZIONI

  

Al momento della diagnosi i sintomi sono stati per il 36% il tremore del corpo, per il 28% la rigidità del corpo e per il 36% altri sintomi quali il rallentamento del corpo, dolori muscolari, problemi alla respirazione e blocco al bacino.

 

I sintomi ad oggi che disturbano di più per il 64% delle persone intervistate sono tremore, per 68% rigidità, per il 50% dolore fisico, per il 41% mancanza di equilibrio, per il 55% lentezza nei movimenti, per il 45% insonnia, per il 36% difficoltà nell'esprimersi verbalmente, per il 32% ansia, depressione e problemi intestinali, per il 23% i movimenti involontari e per altri perdita del tono muscolare, mancanza di concentrazione, difficoltà sessuali, nella respirazione, e nella deglutizione.

 

Alla diagnosi le persone maggiormente a conoscenza della malattia

- erano figli e parenti per il 59%

- partner e amici per il 54%

- colleghi per il 23% e altri 18%.

 

Attualmente le persone maggiormente a conoscenza della malattia sono:

- amici per il 77%,

- figli e parenti per il 73%,

- partner per il 68%,

- amici per il 54% e altri per il 36%.

 

Le persone intervistate che affermano di essere state ansiose precedentemente alla comparsa della malattia sono il 55%. Gli eventi che generavano ansia erano relativi. Le situazioni che fanno aumentare l'ansia sono la paura, l'insicurezza ed il senso di colpa. Precedentemente al provare l'ansia si prova le seguenti le emozioni più significative sono state: verso se stessi, la paura della solitudine per il 50%, la rabbia e la sconfitta per il 36% e il senso di inutilità per il 23%; verso gli altri, amore affetto per il 45%, rabbia e ansia per il 18%, tristezza, solitudine e impotenza per il 14%; di altri nei loro confronti, amore per il 55%, pena e rabbia per il 18%e amarezza, impotenza

e ansia per il 14%.

  

LE CONSEGUENZE SOCIALI DELLA MALATTIA

  

La presenza della malattia ha modificato per il 64% le abitudini, per il 59% lo svolgimento degli impegni, per 75% l'espressione dei ruoli precedentemente svolti e per il 68% è cambiato il carattere.

 

Alla diagnosi e nel prosieguo della malattia il 23% dei soggetti del campione ha notato una modificazione dei comportamenti da parte dei colleghi di lavoro, dei partner e degli amici verso se stessi; il 27% ha vissuto comportamenti diversi da parte dei parenti; il 9% da parte delle persone in genere.

 

Il comportamento dei malati dalla diagnosi al prosieguo della malattia si è modificato nei confronti con l'esterno per il 36% in rapporto ai parenti, per il 41% nella relazione con gli amici, per il 32% con il partner e i colleghi, per il 23% nel rapporto con i figli e per il 18% con le persone in genere.

Al momento della compilazione del questionario i problemi e le difficoltà che i soggetti incontrano sono connessi prioritariamente.

 

I VISSUTI DELLA SESSUALIT

 

Inoltre il 23% dei soggetti è soddisfatto della propria sessualità, il 41% non è soddisfatto e il 36% non risponde a questa domanda. Su tale aspetto, la sessualità, riguardo alla relazione con il partner, il 36% ritiene di non essere soddisfatto del proprio partner, il 23% lo è ed il 41 % non risponde.

Le persone del nostro campione affermano di esprimere ancora amore ed affetto per il 45% verso gli altri, di ricevere amore, affetto per il 55% e di sentire amore ed affetto verso se stessi per il 18% dei soggetti (dati più precisi).

Gli intervistati affermano che il 23% di chi li circonda dimostra curiosità, il 18% prova pena, il 14% prova fastidio-ansia, nullità, amarezza ma anche isolamento, impotenza e intolleranza ed il 3% altro

(apatia, abbandono, paura solitudine).

 

CONCLUSIONI

 

Nonostante gli aspetti emersi abbiano bisogno di una elaborazione statistica più corretta e un campione più ampio di soggetti per confermare quanto emerso da questa ricerca pilota, possiamo confermare dalla lettura dei dati che la malattia di Parkinson causa conseguenze di tipo soggettivo

e sociale.

Soggettivo perché investe la sfera emozionale, affettiva e psicologica del singolo individuo e sociale legato alle prestazioni dell'individuo stesso e alla stranezza delle sue manifestazioni anche in persone non certo anziane.

 

I malati di Parkinson devono avere la voglia di scoprirsi ma con l'aiuto di chi è "sano". Chi contrae la malattia di Parkinson, infatti, ha bisogno di essere sostenuto nel sentirsi parte di una collettività che non ha paura di lui.

 

Certamente non si aiuta il malato di Parkinson se non si conoscono le caratteristiche della sua malattia, se solo si compatisce, si sopporta a mala pena perché innervosisce, procura disagio personale, si rifiuta e si scambia frequentemente per tossicodipendente, alcolizzato ecc. nel caso

che il suo corpo si blocchi, tremi o si muova in modo strano ed insolito.

 

Si aiuta, invece, a "vincere" sulla malattia se, da una parte, il "parkinsoniano" diventa consapevole di essere un individuo ancora socialmente integrato, attivo e, dall'altra parte, la collettività è aperta ad una costruttiva e corretta informazione sulla malattia stessa, in attesa che la ricerca scientifica dia una svolta soddisfacente alla sua risoluzione.

 

Ed, in attesa che ciò avvenga, usciamo tutti, parkinsoniani e non, dall'apatia, dall' intolleranza, dalla passività e dalla nostra "ignoranza" per rendere migliore, non sapendolo, anche la nostra vita.

 

Può sembrare ridicolo ma attualmente la parola "Parkinson" viene usata a volte per deridere o per offendere un'altra persona. Frasi tipo "ma che hai il Parkinson?" tendono a diventare una moda nel modo di disprezzare l'altro.

 

Ed un'altra situazione alquanto paradossale è la disinformazione riguardo a tale malattia da parte di molti medici, paramedici ed operatori socio-sanitari che prestano la loro attività negli ambienti ospedalieri pubblici e privati. Esperienze frustranti e tragiche si verificano continuamente negli ospedali e nei luoghi di pronto soccorso dove gli operatori confondono i sintomi della malattia di Parkinson con altri, somministrando farmaci non adeguati o privando il soggetto dei farmaci ad orario prescritti dal proprio neurologo, compromettendo in tale modo la vita della persona. Ed in questi luoghi sono presenti anche le frustrazioni di non essere.

  

  

Dott. Maria Zampiron 

Responsabile servizio psicologico AIP di Roma

Francesca Mattei 

Volontaria AIP Roma
Dott. Vanessa Farina 

Sociologa AIP  Roma

 

   (25/10/2004) 

 

 

 

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