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 GLI ANZIANI EMIGRATI

 

In questo millennio si registrerà un aumento notevole di persone anziane in emigrazione. Dal punto di vista economico si calcola già che gli anziani emigrati rappresenteranno grandi sacche di povertà, in quanto la loro vita lavorativa non ha segnato grande rilevanza a livello produttivo.

 

Parlando di una categoria specifica, e cioè dell’anziano emigrato, obbligatoriamente bisogna rivisitare i ruoli in uno schema di vita globale per far sì che si abbia, come cita il testo dell’ultima Conferenza Mondiale dell’ONU, "una società per tutte le generazioni".

Il verificarsi di tutto questo lo si ottiene promuovendo la centralità della persona e,

in una visione globale,di un’anzianità protagonista di una nuova storia.

 

Bisogna partire da un punto fondamentale: garantire la tutela dei diritti culturali di chi appartiene alla quarta età e agli anziani della terza età. Più informazione, più impegno per far sì che le politiche a favore degli anziani emigrati, nei paesi di accoglienza, siano rispettose dei diritti interculturali degli emigrati anziani.

Che cosa fare per gli emigrati anziani?

 

Una prima risposta la si trova nell’assicurare un’assistenza specialistica in caso di ospedalizzazione; poter entrare a far parte di case di riposo per emigrati anziani che rispettino pienamente i criteri di interculturalità, quindi, conoscenza dei cibi, degli usi, della lingua; assistenza domiciliare per gli autosufficienti o, se non lo sono più, assicurare il recupero e il mantenimento delle funzioni residue e quindi, pasti caldi, visite mediche, assistenza religiosa.

 

Tutto questo richiederà uno sforzo abnorme per volontariato e istituzioni.

C’è da dire che il volontariato è parte integrante e necessaria e se lo Stato e le Istituzioni vogliono cogliere l’intermediazione e la personalizzazione dei contatti, devono mettere il volontariato in condizioni di operare, quindi bisogna attuare una riqualificazione dei quadri e la reinvenzione di nuove professionalità.

Ma in un progetto di ristrutturazione globale della società, la categoria giovani deve abbandonare il mito dell’efficienza e l’avversione contro la terza età, quasi a parlare di gerontofobia.

 

Escludere gli emigrati anziani dagli schemi di interesse dei giovani significa rifiutare ciò che è stato il passato e in cui affondare le radici del presente. E in questo caso non si tratta di sviluppare solo nuove tecnologie, ma anche di inserire i giovani nel processo di miglioramento delle condizioni di vita. Ma la solidarietà non è a senso unico.

Abbiamo fin qui parlato di ciò che bisognerebbe fare per gli anziani e perché non parlare di cosa fare con gli anziani?

Il passo fondamentale è passare dall’assistenza al coinvolgimento dell’anziano. Se devono cambiare i giovani rispetto ai meno giovani, è vero anche che gli anziani devono prepararsi a cambiare.

 

Che fare quindi?

Occorre aiutare gli anziani emigrati a rileggere la loro storia, riuscendo a comunicarla, a concepire la nuova fase della loro vita come un’opportunità per impadronirsi e mettere in comune risorse che risultano una fonte di esperienza e di utilità per tutti, sia in ambito qualitativo che in ambito quantitativo.

In conclusione bisogna riqualificare la sfera di appartenenza degli anziani emigrati servendosi di nuovi progetti che tengano conto delle mutabilità e delle esigenze di chi debole non vuol esserlo per scelta, ma perché rientra in quello che è il ciclo di vita di cui tutti vorremmo far parte.

Angelina Petraglia

 

 

 

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