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Il
film. Perché un film su un moderno killer di colore,
che usa una spada e si muove danzando, vive sul tetto
di una casa e comunica con il mondo servendosi di
piccioni viaggiatori, ha colpito al cuore il più
smaliziato pubblico occidentale? Possono l'onore e la
spada rendere un uomo invincibile?
È affascinante la
stretta relazione tra un film del XX secolo e un
manuale del XVII, tra un nero americano killer per
professione e un samurai diventato monaco che scrive
l'esoterico Hagakure, il Codice Segreto dei Samurai
per trasmettere conoscenze e regole di vita che sono a
fondamento di una setta selezionata e
"professionale". Regole etiche e
comportamentali che possono valere in ogni tempo e in
ogni luogo e che diventano la bibbia di quel giovane
afroamericano.
Non è la prima volta che Hagakure
viene pubblicato in Italia (qui come nelle altre
versioni un compendio degli undici volumi originari),
ma l'interesse nei confronti di un testo così
eccezionale, testimonianza della tradizione giapponese
più antica, è sempre viva. Il samurai è una figura
ormai mitica, trasfigurata dai secoli e diventata
sinonimo di coerenza, lealtà, impegno e di una
visione della vita molto lontana da quella
occidentale.
Dopo la seconda guerra mondiale, che ha
fatto conoscere questa mentalità anche a chi in
precedenza ignorava o sottovalutava l'importanza e la
peculiarità della cultura giapponese, a riportare
l'interesse del mondo sull'Hagakure è stato il
suicidio di Mishima Tukio, lo scrittore che «ha
criticato con le sue opere la perdita di valori della
società giapponese odierna - come scrive Paolo
Puddino in una breve introduzione al testo - e che,
proprio in un originalissimo commento all'Hagakure
indicava ai suoi concittadini la cura per uscire dal
torpore in cui essi si trovavano».
Lo spirito che
aleggia in quest'opera, pur essendo ormai in qualche
modo ridondante e obsoleto, ancora sopravvive in parte
nell'animo giapponese, nei valori di quella civiltà
che tutti noi abbiamo imparato a conoscere forse anche
grazie al drammatico suicidio di Mishima. Che questo
spirito "migri", come propone Jarmusch nel
suo film, nel corpo di un nero che vive sui tetti di
una metropoli americana in compagnia dei suoi piccioni
viaggiatori e delle sue armi è probabile, anzi
possibile, e affascinante.
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