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Il
Novecento è stato "il secolo più violento della storia
dell'umanità" (William Golding), "un secolo di
massacri e di guerre" (René Dumont), "il secolo più
terribile della storia occidentale" (Isaiah Berlin), ma la
caratteristica peculiare è, oltre al dato quantitativo, l'aver
esercitato una violenza massificata, intreccio di
"sofisticatezza tecnica e delirio politico" che ha
prodotto quella che qui viene definita una "eterogenesi dei
fini", cioè la distruzione del fine stesso per cui la
violenza era stata esercitata come semplice mezzo.
Anzitutto viene esaminata la vicenda del Comunismo nella sua
realizzazione storica. Molti intellettuali, e da tempo, avevano
denunciato i crimini di un sistema che, instauratosi quasi senza
violenza, ha ben presto perso il proprio senso ideale, la
propria anima, determinando, in un certo senso, la sua stessa
dissoluzione. Si passa poi a dibattere di un vero simbolo della
tragedia novecentesca: Auschwitz. Qui c'è la totale identità
tra mezzi e fine ed è questo che lo rende "riferimento
etico assoluto" in quanto "abominio
metafisico".
Il
terzo esempio, Hiroshima, è il più significativo del carattere
auto-conflittuale, di intreccio abnorme di razionalità e
insensatezza, centro della pratica della violenza nel Novecento.
Nel secolo si è poi verificata quella che si potrebbe definire
la caduta del legame sociale: i rapporti sono diventati infatti
il risultato del "conflitto e della negoziazione" e il
soggetto da produttore di "valore d'uso sociale" è
diventato oggetto di "scambio politico", e così lo
"Stato sociale viene a configurare, paradossalmente, la più
a-sociale di tutte le condizioni umane", crollati i
rapporti di reciprocità e di solidarietà.
Questa
tesi (così come l'analisi della figura del militante
contrapposta a quella di chi fa volontariato) è una forte
provocazione lanciata contro miti che, per tutta la cultura di
sinistra, sembrano intoccabili e che solo Revelli, forte di una
storia personale e intellettuale senza ombre, può permettersi
di gettare sul tavolo.
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