|
Proprio
negli occhi di un cane si rispecchia la solitudine dei
protagonisti, trentenni e senza nome, del racconto Animali
domestici che dà il titolo alla versione italiana
del libro d’esordio della giornalista israeliana
Yael Hedaya.
Il
cane del primo racconto è il trait d’union di un
uomo e di una donna che si incontrano tramite un
appuntamento al buio e, allo stesso tempo, il deus ex
machina della loro storia. I due personaggi sembrano
incapaci di agire e di prendere decisioni. Il cane
tiene insieme i fili dell’azione e ne condiziona gli
sviluppi. La scrittura iperrealista della Hedaya ci fa
sentire gli odori, i rumori e i sapori di una vita in
due tenuta insieme dal terrore di tornare a vivere da
soli. I dialoghi sono scarni e lasciano prevalere il
punto di vista del narratore che, a tratti, coincide
con quello del cane, la cui presenza assicura spessore
drammatico alla loro vicenda.
Nella
seconda storia, Il gioco della felicità, a non
amarsi sono gli anziani genitori di Maya, single
disperata, che all’età di 34 anni si trova a dover
arbitrare l’ immotivato divorzio di mamma e papà.
Un’ironia pungente ed amara sostiene il racconto. La
solitudine di Maya è reale e disperata così come è
vero e sofferto il suo amore per Natan, l’uomo che
ama clandestinamente per un anno intero, per poi
scoprire che è legato ad un’altra donna.
Il
capolavoro della trilogia è Mati, il racconto
in cui la Hedaya sperimenta tecniche narrative più
audaci ed in cui l’uso del linguaggio si trasforma
in stile compiuto. La scrittura sintonizza voci
diverse intorno allo stesso caso: quello di Mati, un
quarantenne malato di cancro al cervello, che non
smette di amare una ragazza che ha sedotto quando lei
aveva quindici anni, ma che sposa la devotissima Mira,
che si prende cura di lui fino alla fine, pur sapendo
di non essere amata.
All’inizio
le voci delle due donne e quelle dei medici si
alternano senza sovrapporsi; con l’appressarsi della
morte di lui, come per effetto di un corto circuito,
le voci si fondono in una dolorosa osmosi, una sorta
di monologo interiore corale. è
qui che la Hedaya dimostra di possedere talento
narrativo: le parole divengono taglienti come lame e
scrivono un epitaffio straziante sulla transitorietà
dell’esistenza.
|