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Animali domestici. Tre storie d'amore

(di Hedaya Yael - Einaudi 2001)

 

 

Gli animali domestici, raccontati da Yael Hedaya, si lasciano o s'incontrano girando a vuoto in città grandi e desolate, e bussano per farsi aprire, per farsi amare, per farsi posto davanti a un piccolo indizio di calore: il prossimo innamoramento, l'ultima occasione di felicità, la convivenza definitiva. 

 

Proprio negli occhi di un cane si rispecchia la solitudine dei protagonisti, trentenni e senza nome, del racconto Animali domestici che dà il titolo alla versione italiana del libro d’esordio della giornalista israeliana Yael Hedaya.

 

Il cane del primo racconto è il trait d’union di un uomo e di una donna che si incontrano tramite un appuntamento al buio e, allo stesso tempo, il deus ex machina della loro storia. I due personaggi sembrano incapaci di agire e di prendere decisioni. Il cane tiene insieme i fili dell’azione e ne condiziona gli sviluppi. La scrittura iperrealista della Hedaya ci fa sentire gli odori, i rumori e i sapori di una vita in due tenuta insieme dal terrore di tornare a vivere da soli. I dialoghi sono scarni e lasciano prevalere il punto di vista del narratore che, a tratti, coincide con quello del cane, la cui presenza assicura spessore drammatico alla loro vicenda.

 

Nella seconda storia, Il gioco della felicità, a non amarsi sono gli anziani genitori di Maya, single disperata, che all’età di 34 anni si trova a dover arbitrare l’ immotivato divorzio di mamma e papà. Un’ironia pungente ed amara sostiene il racconto. La solitudine di Maya è reale e disperata così come è vero e sofferto il suo amore per Natan, l’uomo che ama clandestinamente per un anno intero, per poi scoprire che è legato ad un’altra donna.

 

Il capolavoro della trilogia è Mati, il racconto in cui la Hedaya sperimenta tecniche narrative più audaci ed in cui l’uso del linguaggio si trasforma in stile compiuto. La scrittura sintonizza voci diverse intorno allo stesso caso: quello di Mati, un quarantenne malato di cancro al cervello, che non smette di amare una ragazza che ha sedotto quando lei aveva quindici anni, ma che sposa la devotissima Mira, che si prende cura di lui fino alla fine, pur sapendo di non essere amata.

 

All’inizio le voci delle due donne e quelle dei medici si alternano senza sovrapporsi; con l’appressarsi della morte di lui, come per effetto di un corto circuito, le voci si fondono in una dolorosa osmosi, una sorta di monologo interiore corale. è qui che la Hedaya dimostra di possedere talento narrativo: le parole divengono taglienti come lame e scrivono un epitaffio straziante sulla transitorietà dell’esistenza.

 

 

 

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